Permettere ai bambini di lavorare
Il problema che sta alla base di tutta la delinquenza giovanile è il programma di una volta, apparentemente umanitario, che proibiva ai bambini qualsiasi forma di lavoro.
Nel passato, lo sfruttamento della manodopera infantile era, senza dubbio, una realtà di fatto. È altrettanto vero che i bambini venivano fatti lavorare troppo duramente, la loro crescita veniva arrestata e, in generale, si approfittava di loro. È alquanto improbabile che il famigerato Karl Marx abbia mai visto, in America, estrarre dalle macchine dei ragazzini morti sul lavoro e gettarli in un mucchio di rifiuti.
Laddove si verificavano questi abusi, l’opinione pubblica esprimeva la sua indignazione e venivano emanate delle leggi che impedivano al bambino di lavorare. Tali leggi, benché mosse dalla migliore intenzione di questo mondo, sono tuttavia le dirette responsabili della delinquenza giovanile.
Vietare ai bambini di lavorare, e in particolar modo agli adolescenti di farsi strada da soli nel mondo e guadagnare il proprio denaro, crea a tal punto delle difficoltà all’interno della famiglia, da rendere impossibile la crescita della stessa famiglia e fa specialmente nascere nell’adolescente la convinzione che il mondo non lo voglia, e così ha già perso la partita ancora prima di iniziarla. Poi, con il servizio militare che incombe su di lui al punto che non osa nemmeno iniziare una carriera, egli viene scaraventato in uno stato di profonda subapatia (uno stato di disinteresse al di sotto dell’apatia) riguardo all’idea del lavoro. E quando con il tempo dovrà confrontarsi con la necessità di farsi strada da solo nel mondo, si innalzerà fino all’apatia e si ritirerà dall’azione.
A riprova di quanto appena detto, i nostri cittadini più illustri lavoravano, di solito, quando erano molto giovani. Nella civiltà angloùamericana, le iniziative più grandiose erano opera di ragazzi che, dall’età di dodici anni, avevano nelle fattorie una propria mansione e occupavano nel mondo una posizione ben definita.
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